Concerto tributo a Bob Dylan e Paul Simon. Live in New York

Concerto in tributo a Bob Dylan e Paul Simon
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Elena Perazzini

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Bob Dylan e Paul Simon compiono 80 anni, il concerto tributo nella loro New York.

Nel 2021 i due musicisti hanno compiuto 80 anni. Dylan il 24 maggio e Simon il 13 ottobre.

bob dylan-paul simon-new York

Bob Dylan-a sinistra-e Paul Simon-a destra

L’invito ad andare me lo fa la mia proprietaria di casa, che chiamerò Rita, una ragazza che dimostra quarant’anni ma ne ha quasi settanta. Si veste di rosso e turchese, ha due occhi azzurro-mare, una chioma lunga che porta spavalda insieme alla frangetta briosa. Io accetto l’invito, contagiata dal suo entusiasmo di sessantottina autentica. Diversi artisti, soprattutto di New York, si esibiranno suonando brani rivisitati dei due cantautori e Rita mi elenca la sfilza di quelli che conosce, come Laura Cantrell, The Kennedys, Willie Nile, Chrissi Poland & Will Lee, Martha Redbone e la sua carissima amica KJ Denhert.

Il concerto sarà a City Winery una nuova struttura che si trova su uno dei Pier della West Side, affacciata sul fiume Hudson, in cui non sono mai stata. City Winery si trova al numero 25 della Undicesima Avenue, non lontano da casa e  io e Rita decidiamo di farci una passeggiata. Il sole è tramontato da poco rilassando l’aria, mentre il passo spedito di Rita convalida la sua identità di indigena, nata e cresciuta a New York, che grida vietato passeggiare, si deve correre. Quando però, con entusiasmo Rita mi indica da distanza la location, mi sforzo per nascondere la mia delusione. Visto da fuori, City Winery è un capannone industriale che non evoca affatto l’atmosfera che avevo immaginato per ascoltare le canzoni di Bob Dylan e Paul Simon. Invece c’è la sorpresa.

City Winery è decisamente un posto in cui andare, se siete in visita a New York.

Ma è una meta da non perdere se il vostro viaggio a New York include l’esplorazione della scena musicale della città. Le location di City Winery sono distribuite in diverse città d’America. Se siete in viaggio negli Stati Uniti, potete trovarla anche a Philadelphia, Boston, Nashville, Atlanta e Chicago www.citywinery.com. Fino alla biglietteria, la mia sfiducia non si è dipanata. Dall’entrata, seppur immensa, credo di essere finita in un ibrido deposito portuale che per qualche occasione si trasforma in un centro sociale per anziani. L’età media degli avventori è infatti intorno ai settant’anni. D’altra parte si stanno celebrando due artisti che ne compiono ottanta! Forse Rita si accorge, e si incupisce per un attimo registrando il mio disappunto, poi prende a saltellare per salutare le quattro amiche che ci hanno raggiunto, più o meno della sua età. Io sorrido, non solo per tranquillizzare lei, ma anche per l’audacia dei loro outfit. Questi settantenni non hanno nulla a che fare con quelli che si potrebbero vedere in un teatro in Europa.

Scostando le tende rosse pesanti e oltrepassando, come in ogni teatro che si rispetti, le doppie porte di ingresso, si accede alla platea. Qui, il deposito-portuale-centro-sociale si trasforma all’improvviso in un vero e proprio, suggestivo teatro, elettrizzato dall’attesa. Le luci calde e basse sui visi della gente, i fari violetti a incorniciare il palco, il legno alle pareti, l’insonorizzazione che rende anche l’ascolto della musica in diffusione un atto di raffinatezza. L’enorme sala è preparata a ristorante, perché a City Winery si può anche cenare. Sopra, la mezzanina convoglia altri spettatori. Grandi porte a finestre danno direttamente sulle acque mosse dell’Hudson River, su cui il riflesso notturno dei nuovi grattacieli del New Jersey arriva fino alla sponda di questo molo e magicamente ci trasporta altrove. Potremmo essere in qualsiasi punto d’America dove negli anni delle proteste si facevano concerti all’insegna della trasgressione.

Dove la passione per la musica e la voglia di cambiare il mondo elettrizzavano l’aria.

In pochi minuti, ho dimenticato di essere a Manhattan e potrei essere a Woodstock. Le reminiscenze di esser stati figli dei fiori si leggono tra gli spettatori che all’improvviso non appaiono più attempati. Emergono nelle lunghe code di cavallo degli uomini, bellimbusti con giacche di velluto e pantaloni a zampa di elefante, negli scialli dai colori sgargianti indossati dalle donne e nell’odore di marijuana sopravvissuto, anche questa sera, tra i loro capelli e capi di abbigliamento. O almeno così sembra a me. Provo a immaginarli tutti giovani, i visi freschi, abbronzati, la fascia in testa, le trecce, le proteste importanti, quelle per i diritti della popolazione afro-americana, contro la guerra, nel periodo del Vietnam. Poi le droghe psichedeliche, le comunità, Woodstock. E chiedo a Rita se lei ne faceva parte, certa di quale sarebbe stata la risposta. “Ovviamente!” mi risponde, “le ho fatte tutte queste cose. Ero al concerto di Woodstock nel 1969 e avevo 18 anni.” Sorride, le sue amiche annuiscono, si guardano con complicità.

Dylan e Simon, due nomi che hanno fatto la storia della musica pop americana.

La cosa che scopro e che mi intriga della storia dei due musicisti oggetto del concerto tributo, è la rivalità che tra loro si era creata, di cui non ero a conoscenza. Il presentatore, che ha conosciuto Simon, spiega che Bob Dylan era appena diventato famoso quando Paul Simon stava ancora cominciando. Quindi fu Simon ad invidiare Dylan e a sentire più fortemente una rivalità con lui. Qualcuno in platea commenta che l’invidia fosse dovuta anche alla statura. Simone era alto 1.60 cm e Dylan 1.70. Non era una stanga, ma era quel che bastava per sentirsi più a suo agio. Durante il concerto, musicisti che hanno suonato con Dylan o con Simon, raccontano un pezzetto della loro vita.

Bob Dylan. Il mito a spezzoni.

Dylan nasce a Duluth e cresce a Hibbing, Minnesota da genitori di origine est-europeo-ebraica e, dalla parte materna, c’è anche uno spicchio di origine turca. È una famiglia modesta. Il padre e lo zio hanno un negozio di mobili e elettrodomestici. Come teenager, Dylan suona in diverse band e i suoi inizi hanno a che fare col rock & roll dal quale poi lui sviluppa la sua vena folk. A vent’anni si trasferisce a New York dove, nel febbraio del 1961 comincia a suonare nei locali del Greenwich Village. Uno dei chitarristi che si esibisce con la terza band ha suonato con lui anche al The Bitter End su Bleecker Street, un tastierista invece lo accompagnava al Cafè Wha? Questi due locali, tuttora presenti, continuano a ospitare gruppi emergenti, perché a quel tempo Dylan era un emergente, e rimangono sale con musica di qualità. Il Café Wha? è un locale fatiscente, da quando è nato, letteralmente underground perché si trova sottoterra, una vera bettola newyorchese, ma dall’acustica naturalmente, perfetta dove si privilegiano il rock e il funky, Brazilian e African funky. Il Bitter End rimane stile folk, quindi anche più folkloristico, più saloon da cowboy.

Paul Simon. Il vero newyorchese di quartiere.

Paul Simon, viene da dietro l’angolo, dice il presentatore. È nato nel New Jersey: e parte un ululato. Anche lui di famiglia modesta, i genitori erano insegnanti. È cresciuto nel Queens, New York, Flushing Avenue…nel quartiere di Corona. Qui esplode un boato. Centinaia di persone in coro ripetono Corona-Queens!! E proseguono Simon is a newyorker! La gran parte degli spettatori è ultra sessantenne, ovviamente, ma con un entusiasmo e una carica che un ragazzino di oggi non saprebbe dove pescare. Anche Simon comincia a suonare da ragazzino insieme a un amico di classe, Art Garfunkel, nel 1956. Poco successo, e i due si separano. Intanto, nel 1963, Dylan raggiunge la popolarità con Blowing in the Wind e l’anno successivo con The Times Are Changing, che divennero inni del movimento per i diritti civili e dei movimenti contro la guerra. Ed è in questi anni che Simon diventa invidioso, “somebody dings it up” dice in gergo il presentatore. Ma avrà presto la sua rivincita. Poco dopo si riunisce con Garfunkel per l’uscita di “The Sound of Silence” che nel 1968 avrà un successo planetario.

La loro musica nella mia adolescenza.

Quando suonano i pezzi di Simon & Garfunkel, per me cominciano i ricordi. Ero un’adolescente quando ho ascoltato per la prima volta un album che era stato regalato a mio cugino. Era il concerto dal vivo a Central Park di Simon and Garfunkel del 1981. Era stato un evento incredibile. I due artisti si erano riuniti dopo tanti anni per regalare un concerto, appunto gratuito, alla città di New York. Mrs. Robinson, America, Me and Julio Down the Schoolyard, Scarborough Fair, A Heart in New York. Tutti pezzi che hanno segnato i miei primi pomeriggi a gironzolare con gli amici in un GS o stipati dentro a un Maggiolone, le domeniche pigre ad ascoltarli con le amiche per impararne a memoria i testi. La radio che al ritorno da scuola sparavo a tutto volume perché ogni pochi minuti mandava in onda almeno una delle canzoni di quel concerto. E oggi, sugli sgabelli di City Winery, insieme a Rita, rivivo momenti che credevo perduti, vissuti col background di questo duo, delle loro voci intrecciate e morbide.

Dylan non era così popolare in Italia, almeno non per la mia generazione. Io l’ho scoperto molto tempo dopo.

Concerto con fine sociale.

Dietro a questo tributo a Dylan e Simon c’è un proposito di beneficienza. Ma con un’idea originale. Theatre Within, che ha organizzato l’evento, offre corsi di insegnamento gratuiti per diverse espressioni creative: musica, pittura, danza, fotografia, ma anche di meditazione e di consapevolezza, a persone la cui vita è stata sfiorata dalla malattia del cancro.

Sia alle persone da questo direttamente colpite, ma soprattutto ai loro figli e famigliari.

Nel 2021, Theatre Within ha realizzato 150 corsi grazie ai proventi di eventi come questo.

 

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Elena Perazzini

Elena Perazzini

Autore

Elena Perazzini è nata a Rimini e vive a Manhattan, dal 1997. Laureata a Bologna con una tesi in criminologia nel 1999 è stata assistente di Oriana Fallaci a New York presso Rizzoli e producer per Rai International. ..

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