L’ultimo viaggio a New York, un ritorno tortuoso. Parte 2. Magica Dubrovnik.

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Elena Perazzini

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Continua il racconto del mio viaggio rocambolesco per rientrare in America.

In tanti anni ho intrapreso molti viaggi di rientro in America, ma non avrei mai pensato di arrivare alla singolarità del mio ultimo girovagare, in cui, come prima tappa, sono dovuta atterrare a Dubrovnik. Nei miei primi racconti di viaggio regnava l’incubo dei famelici “documenti per Usa” cioè i documenti per vivere negli Stati Uniti e una volta superato quello, la vita era diventata più leggera. Fino a quando l’incubo si è ripresentato in veste di pandemia per molti stranieri che lavorano in America insieme ai dettami delle nuove regole di viaggio.

È primo pomeriggio, quando esco dall’aeroporto di Dubrovnik. L’aria è calda, ancora estiva. Il tassista, un uomo serioso che ha l’aria di un poliziotto ci avvisa che davanti al nostro hotel ci sono lavori in corso per la costruzione di nuove banchine di attracco per gli yacht. Una fortuna sfacciata! Ci aspettano rumore e polvere. Ma dobbiamo consolarci, l’hotel è stato costruito nel 1912 e la regina di Inghilterra vi ha soggiornato più volte. “È davvero suggestivo!” dico al ragazzo che ci porta le valigie, mentre lui curva il collo da dinosauro per entrare in ascensore perché la sua altezza lo supera di diversi centimetri. Aveva ragione il tassista, però. La vista dal balcone è la nuova banchina coi piloni di cemento, per di più a due piani. Il mare verde trasparente, la collinetta con le case arroccate, il luccichio delle stelle, i tramonti delle foto di internet, sono stati tutti cancellati dai piloni.

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Uno dei torrioni delle mura di Dubrovnik

Sono quasi le sei e voglio andare subito a visitare il famoso centro storico di Dubrovnik, quello che ho poi denominato “il mozzafiato.” Dall’auto, le fortezze occidentali e la torre di Bokar serpeggiano tra la collina, tratteggiate dallo sfondo azzurro del mare. Merletti che ondeggiano col diletto di una giostra, mura del XV secolo spariscono dietro a un promontorio, per riapparire orgogliose e inabissarsi dentro al mare. Scendiamo dal taxi su una grande terrazza affacciata sul mare Adriatico. Alla sua sinistra, sporgente verso il largo, un torrione costruito su uno scoglio doveva essere la sporgenza di avvistamento delle imbarcazioni dei temuti ottomani. Ma bando alla storia, devo controllare la mail! Non la guardo da quattro ore ormai.

Potrebbe essere arrivata la comunicazione per andare al colloquio al consolato americano.

Apro, mentre respiro la salsedine. Un briciolo di speranza si fa strada tra le mie dita che accarezzano il telefono. Ma niente. Nessun messaggio. Dopo un piccolo ponte levatoio ancora funzionante, un grande arco è l’accesso alla vecchia Dubrovnik. Si può accedere alla porta antica della città attraverso uno scivolo che doveva essere per i cavalli per poi giungere a un altro arco. Supero l’arco e miei occhi si spalancano, un nodo di emozione mi chiude la gola. È quello che si chiama mozzafiato. Per qualche secondo contemplo il significato della parola e ci aggiungo meraviglia, perché stanno per scendermi le lacrime dagli occhi. È questo, allora, l’effetto che può fare la bellezza di un luogo? Mozzare il fiato dalla meraviglia? Uno stupore talmente grande che non solo porta a commuoversi ma che ti fa sentire felice Nonostante mi trovi a Dubrovnik di malavoglia,  all’improvviso mi sento contenta nel profondo. Grazie Dubrovnik! Grazie America per avermi fatto finire qui.

Stregata da Dubrovnik.

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Dubrovnik, centro storico

A dir la verità sarei pronta a restarci, a Dubrovnik. Il pensiero mi attraversa non per un momento, ma per tutto il mio primo giorno. Ma io voglio andare in America davvero? Voglio tornare alla vita di New York? Ai marciapiedi affollati e alle metropolitane puzzolenti? Se penso a tutta la fatica fatta solo per aver approvata la richiesta della famelica Green Card americana… e se poi guardo lo spettacolo che ho davanti mi chiedo, ne vale la pena?

Dubrovnik è un set cinematografico, penso subito dopo. È stato tutto risistemato, rifinito, imbellito. Purtroppo mi capita spesso di pensare questo. In Europa, quando mi trovo davanti alla storia, ho l’impressione che se ci batto sopra col pugno, questa abbia il rimbombo delle pareti di cartongesso, come in America, dove a Las Vegas hanno ricostruito Venezia e a Manhattan le chiese gotiche. Ma non è così. Il viale di Dubrovnik è pavimentato in travertino vero e ogni pietra è resa lucida da un’usura incessante, avvenuta nei millenni. Cammino come su cristallo per le vie, i vicoli, le scale della città costituite da questo marmo che mi concede di essere calpestato e al quale a ogni passo chiedo scusa. Le case sono di tufo, o di una pietra che gli somiglia, che sembra viva, colma di un’altra vita che si svolge dentro a quei fori che la compongono. Alcuni palazzi finiscono con archetti e merletti. Mi ricorda Venezia, poi Lecce, poi la Grecia. Ma no. Non assomiglia a nulla. È unica.

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La pietra delle costruzioni nel centro storico di Dubrovnik

Dubrovnik era parte dell’Impero romano e si chiamava Ragusa, ma era  indipendente, aveva le proprie autorità e una sua moneta. Proprio come oggi è la Croazia.

La Croazia è parte dell’Europa, ma non proprio.

Ha mantenuto la sua moneta. Qui non si accettano Euro, si paga in Kune. Inoltre, la Croazia non è soggetta a molte regole europee come lo sono gli altri Paesi. E saltando i palo in frasca, altra importante informazione wikipediana, è che negli anni duemila, Dubrovnik è stato uno dei set cinematografici di Games of Thrones e purtroppo, a causa di questo, sono nati negozietti con le insegne a neon che vendono i gadget della serie TV tra le mura di pietra delle piccole case.

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Centro storico di Ragusa, in croato Dubrovnik.

La vibe di Dubrovnik comunque va oltre alla sua bellezza. Dalla musica rock che ronza in giro, la quantità di birre vuote che intravedo sui tavoli di locali che addensano una piazza, inglesi e tedeschi devono essere frequentatori regolari di Dubrovnik. Non ci sono solo turisti, però, si respira la vita locale nei cenni di saluto che molta gente si scambia per strada. Tutti sembrano essere sereni e ospitali, anche se palesemente non dotati di quell’affabilità tipica mediterranea. Una specie di orgoglio di rivendicazione contraddistingue il modo di fare della gente di Dubrovnik. Nei negozi sei un ospite, non un cliente che devono servire. I padroni sono loro. Non per questo mancano di gentilezza, inoltre  qui nessuno ti tartasserà per venderti qualcosa. Abituata ai negozi di New York, di primo impatto sono un po’ infastidita. A New York i commessi lavorano su commissione e il loro amore per la vendita è qualcosa che a volte supera la dignità lavorativa. A New York ti senti accolto, adorato, servito, riverito. Sembra che d’un tratto siano anche interessati alla tua vita, al tuo umore, a come sta procedendo la tua giornata. Ti fanno credere di poter pretendere ciò che vuoi. Anche per questo, i newyorchesi sono rinomati per essere pretenziosi e arroganti. Qui a Dubrovnik non è affatto questa, la sensazione. Nessuno si avvicinerà per spingerti a comprare. Nessuno si farà in quattro per mostrarti qualcosa che tu non hai chiesto di vedere. E d’improvviso rivedo i visi di una famiglia arrivata nel nostro piccolo paese romagnolo negli anni della guerra nella ex-Jugoslavia. Lo stesso atteggiamento fiero, orgoglioso e dignitoso. Di tutta la storia della Croazia, quella che ricordo e che mi ha toccato direttamente è proprio quella del periodo della guerra nella ex-Jugoslavia.

Una mappa indica i bombardamenti aerei avvenuti su Dubrovnik durante la guerra in Jugoslavia.

Ogni tetto segnato da un triangolo nero è stato distrutto da una bomba. Sono più di cento palazzi, solo nel centro storico. E sono stati tutti ricostruiti. Sono passati tanti anni, ma dalla giovialità della gente, di quelle bombe sembra non esserci più alcuna memoria. Durante gli anni della guerra, dall’altra parte dell’Adriatico eravamo terrorizzati, e allo stesso tempo un po’ felici che in quei Paesi stessero finendo le dittature comuniste. Da quando ero bambina, i vecchi ci spiegavano quanto eravamo stati fortunati, col piano Marshall, perché l’America aveva tracciato una riga in mezzo all’Europa che includeva l’Italia, e aveva ceduto la Jugoslavia all’Unione Sovietica. Per qualche chilometro, avremmo potuto anche noi cadere sotto al comunismo. E saremmo stati poveri e avremmo vissuto al freddo, senza comodità e senza progresso. Il progresso arrivava solo dall’America, dicevano. Devo ripassare la storia recente di questo Paese. La proprietaria del ristorante dove ho appena preso un drink mi spiega che il selciato ancora polveroso davanti al suo locale era una voragine provocata da una bomba del 1991. Lo osservo. Penso al mio viaggiare in America, alle copie ricostruite di tutto, perfino dei ruderi di guerra.

L’Italia: la loro America.

Di tutto il blocco sovietico, noi italiani sentivamo i Paesi della Jugoslavia culturalmente più vicini a noi. Sapevamo che guardavano i canali televisivi italiani, che ascoltavano le nostre radio, che parlavano bene la nostra lingua. E sapevamo che molti di loro cercavano in tutti i modi di scappare per arrivare in Italia.

Erano gli anni ’90 e, al contrario, si sentiva anche parlare di squadre di uomini facoltosi di mezza età che andavano a caccia di volatili in Jugoslavia, un’attività che andava senza dubbio svolta senza la presenza delle mogli. C’era anche una canzone di Battisti che ne parlava. Si sapeva che le ragazze jugoslave avrebbero fatto carte false per ricevere regali made-in-Italy e per essere portate nel nostro Paese. Ma di questo non si doveva far cenno. Eppure, perfino noi ragazzini additavamo le mamme dei nostri amici col brutto gesto delle mani che conclama una persona tradita dal consorte. Poi scoppiò la guerra. Dopo alcuni anni arrivò la NATO in missione di pace, ma una guerra civile in cui tutti erano contro tutti continuò per diversi anni. Slovenia, Croazia, Serbia, Montenegro, Kosovo, Bosnia, Herzegovina. E li voglio ricordare perché anche questi nomi sono connessi alla mia storia di tentato rientro negli States e all’ultima scena del puzzle che si conclude davanti all’ufficiale della immigrazione del JFK.

Le stelle e strisce, lavorare in America, vivere a New York.

Queste tre cose sono state il sogno della mia generazione. Mentre l’Italia rappresentava lo stesso sogno per i ragazzi jugoslavi che vissero la guerra negli anni ’90. Noi scappavamo dal nostro Paese, e loro sognavano di andarci. Per noi, chi era riuscito a fare un viaggio in America era un idolo. Chi era riuscito ad arrivare in Italia, era la salvezza per molte famiglie jugoslave.

Tronando al meraviglioso soggiorno forzato, a Dubrovnik è stato tutto piuttosto magico. Ma è arrivato il momento di prepararsi a partire e affrontare la burocrazia mondiale. Durante la corsa in taxi saluto le colline brulle mentre ci dirigiamo all’aeroporto per prendere il  volo diretto per New York.

L’ultimo volo in partenza dalla Croazia per la stagione 2021.

Già prima di arrivare al check-in, un ragazzo ci approccia e ci chiede dati e ragioni per le quali stiamo andando negli Stati Uniti. Ci da uno sticker giallo e lo attacca nel retro del passaporto. Al bancone del check-in, una ragazza bionda e gentile ci chiede le ricevute del nostro soggiorno in Croazia. Ovviamente non possediamo ricevute per gli interi 14 giorni. Siamo arrivati in barca, le spieghiamo, per questo non abbiamo le ricevute degli hotel. Dormivamo e mangiavamo in barca. A volte una distorsione della realtà può essere mitigata dalle buone intenzioni. Lei ci chiede il modulo di arrivo, approvato dallo Stato croato, inviatoci via mail. È stato fatto nella data giusta, cioè 15 giorni prima, proprio perché l’intenzione era di partire in barca. La ragazza sembra soddisfatta, noi ci guardiamo sollevati, e lei comincia a effettuare il check-in. Ma un suo collega grida qualcoaa da lontano. È un addetto della Delta, lavora per Air-France. Dice alla ragazza croata, in inglese, di bloccare il check-in perché lui non ci vede chiaro. La ragazza è quasi imbarazzata, sfoggia un sorriso, ma lui afferra il nostro malloppo di fogli, esce dal bancone e ci ordina di spostarci. Una coppia di ragazzi dalle facce attonite si trova nell’angolo dove ci stiamo dirigendo, insieme a una donna sola, anche lei bloccata. Dopo pochi minuti, l’addetto della Air France torna da noi e ci comunica che non ci farà partire. Mio marito non ribatte nulla. Io insisto. Gli mostro il passaporto che contiene decine di timbri di entrata negli Stati Uniti, almeno due o tre volte all’anno. Ma lui non ne vuole sapere. Lo supplico, gli ricordo che quello è l’ultimo volo diretto dalla Croazia per gli Stati Uniti. Ma niente. Usciamo con le nostre valigie, le teste abbassate. L’unico altro Paese che dovrebbe avere un volo diretto per New York e che non si trova troppo lontano è la Turchia.

Usciti dall’aeroporto di Dubrovnik, dopo esser stati rimbalzati dall’addetto della linea aerea, ci rendiamo conto che dobbiamo immediatamente capire se è davvero fattibile ripartire dalla Turchia. Voli Istanbul-New York. Sono diretti e c’è disponibilità. Proviamo a trovare immediatamente un volo diretto per Istanbul. Ma l’unico che c’era è partito alle 7.30 del mattino. Prenotiamo quello del mattino successivo e cerchiamo un appartamento disponibile per la notte vicino all’aeroporto. Per fortuna ha una bella vista. Una terrazza a picco sul mare dal quale si vedono le ultime tre isole della Croazia poi comincia il Montenegro. Trascorriamo l’intera giornata a parlare con l’avvocato che ci conferma che i giorni trascorsi in Croazia si possono sommare a quelli che trascorreremo in Turchia, quindi ci invita a prenotare immediatamente i voli, Dubrovnik-Istanbul, Istanbul-New York. Poi chiedo all’avvocato se c’è qualche novità da parte dell’ambasciata americana di Napoli. Le ricordo che in caso dovessero fissarci il colloquio, siamo pronti a rientrare in Italia.

Quella notte non chiudo occhio. Ricapitolo. La nostra richiesta di Green Card, nonostante sia stata approvata due anni fa, è ancora bloccata, causa mostro-corona. Manca solo un colloquio per finalizzarla, ma questo va effettuato al consolato americano di Napoli e i consolati, in Italia, non sono stati riaperti al pubblico. Intanto, abbiamo dovuto comprare cinque notti in hotel a Istanbul, zona Istiklal. Ne bastavano quattro, ma stiamo dalla parte del sicuro. Si parte alle 7.30 del mattino dopo. Lo stesso tassista che ci ha portato all’appartamento si è offerto di riportarci domattina all’aeroporto, e ha anche sottolineato che avrebbe potuto procurarci ricevute pre-datate fatte da amici suoi, se ne avessimo avuto bisogno. Sono costose, dice, ma vi risparmiano giorni di viaggio. Perché non ci abbiamo pensato prima? Ci chiede. La sera scendiamo a piedi nella cittadina di Cavtat, Croazia. C’è un piccolo porto in cui sono ormeggiate barche a vela gigantesche. Bar, ristoranti, pochi turisti. L’aria è fresca, il tramonto è comunque mozzafiato, in mezzo a un viale di pini le cui radici emergono dagli scogli e le cui chiome contornano il sole. Meglio guardare al meglio.

 

to be continued… L’ULTIMO VIAGGIO A NEW YORK, UN RITORNO TORTUOSO. PARTE 3: VISITARE ISTANBUL.

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Elena Perazzini

Elena Perazzini

Autore

Elena Perazzini è nata a Rimini e vive a Manhattan, dal 1997. Laureata a Bologna con una tesi in criminologia nel 1999 è stata assistente di Oriana Fallaci a New York presso Rizzoli e producer per Rai International. ..

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