RACCONTO L’ultimo viaggio a New York, un ritorno tortuoso. Parte 5. Istanbul Babele

Elena Perazzini Viaggio a New York
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13 Mag, 2022

Continua il mio ultimo viaggio a New York in cui il ritorno negli USA si avvicina.

La seconda tentata partenza per rientrare negli USA, con nuove regole di viaggio in continua evoluzione, ebbe un arrivo crudele. Eh sì, perché se vi siete persi le puntate precedenti del racconto, per viaggiare in America sono dovuta passare dalla Croazia (considerato Paese senza pandemia) dove sono stata rimbalzata e scortata fuori dall’aeroporto e sono finita a Istanbul (altro Paese in teoria senza mostro-corona).

Interno della ex chiesa cristiana, ex moschea, Santa Sofia

I racconti di viaggio spesso si sintetizzano, nella nostra mente, l’ultimo giorno, quello della partenza. Tutto il percorso del viaggio si condensa mentre chiudiamo le valigie, infiliamo mappe, biglietti e souvenir. Quel giorno per me arriva presto, dopo la breve, forzata visita nella capitale turca. Ne sono contenta, mio marito solo e sempre infuriato, la Green Card americana non arriva, vivere in America è diventata una condanna. Io sono un po’ dispiaciuta di aver visitato Istanbul senza il mood che meritava. La visita alla meraviglia della ex-chiesa cristiana, ex-moschea e ora museo Santa Sofia, o Aya Sofya, per esempio mi ha fatto pentire di non poter rimanere più tempo.

 

È una giornata grigia, quella della partenza, con pioggerella. La corsa fino all’aeroporto dura più di quel che mi ricordassi. Scendiamo dal taxi e le file di passeggeri che affollano ogni mastodontica entrata arrivano fino al marciapiede. Le forme di abbigliamento riassumono la Babele che è questa città. Look occidentali e orientali cozzano e si miscelano in un cocktail di contaminazioni. Uomini in giacca e cravatta, sagome in black & white, si confondono coi signori che indossano il dishdasha, le tuniche dai colori terra. I fez, i tipici cappelli cilindrici turchi, spuntano tra le teste indaffarate, impettiti come torrette d’avvistamento, mentre le borse Gucci e le donne in taller sono manichini noiosi di fronte ai variegati copricapi delle musulmane.

Ho scoperto solo in Turchia che esistono varie forme e modi di portare il velo, per le donne musulmane.

L’hijab e il shayla (quasi scialli copricapo), sono i veli meno restrittivi, che coprono testa, collo e orecchie, ma lasciano scoperto il volto. Ah! Il collo è considerato un punto del corpo tra i più provocanti. Questi due tipi di velo/scialle sono indossati con orgoglio da molte donne perché considerati simbolo di femminilità. Invece il chador, il niqab e il burka sono, in crescendo, sempre più restrittivi e coprenti. Il chador è indossato solo fuori casa, ma è un mega scialle che dalla testa arriva fino ai piedi; il niqab lascia scoperti solo gli occhi e il burka non lascia scoperto nulla, imponendo un reticolo fitto tra lo sguardo della persona e il resto del mondo.

I diversi veli indossati dalle donne arabe.

Già dall’esterno dell’aeroporto, non solo i bagagli vengono passati sotto ai metal detector, ma noi passeggeri veniamo perquisiti ‘a prova di bomba’.  Entriamo, pensando di aver finito, ignari che ci aspetteranno altri quattro controlli anti-terroristici. Prima di arrivare a imboccare la fila del check-in, però, un dejavù. Un ragazzo ci viene incontro, proprio come a Dubrovnik. Anzi, gli somiglia pure. Anche lui ha un iPad in mano, sa già il nostro nome e cognome, che ci chiede di confermare, e ci fa posizionare da un lato. Io provo a inghiottire il panico. Le domande sono le stesse: documenti per USA? Stato di immigrazione? Avete intenzione di lavorare in America? Di cosa vi occupate? Come mai siete a Istanbul? Gli spieghiamo che viviamo a New York da oltre vent’anni.

Vorrei chiedergli quale sia la colpa di vivere a New York e di lavorare in America

Visto che intravedo la smorfia di ribrezzo che si disegna sulle sue labbra. Ma taccio. Lui  comincia a scrivere, concentrato sull’Ipad, finché la smorfia di ribrezzo muta in un sorriso di soddisfazione quando ci comunica di avere una segnalazione a nostro carico. Dovremo presentarci a un ufficiale dell’aerolinea. Io arrossisco, sono furiosa, chiedo quale sia la segnalazione, ma lui non risponde.

“Avete cercato di entrare negli Stati Uniti illegalmente?” chiede l’ufficiale.

Gli spieghiamo che in Croazia siamo stati fermati da un operatore della Delta che ha ritenuto non avessimo trascorso abbastanza giorni di quarantena. Io estraggo un doppio foglio in plastica trasparente dove sono contenute tutte le ricevute dall’inizio del nostro soggiorno. Sono sparse, ma racchiuse come sottovuoto, ho trascorso la notte a selezionarle e metterle in fila per data.

Le porgo al ragazzo, ma lui non le prende. Le guarda con poco interesse.

Ci fa procedere, miracolosamente. Aereo. Si decolla.

Continua a leggere la prossima puntata presto in uscita: Parte 6. Welcome back!

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Elena Perazzini

Elena Perazzini

Autore

Elena Perazzini è nata a Rimini e vive a Manhattan, dal 1997. Laureata a Bologna con una tesi in criminologia nel 1999 è stata assistente di Oriana Fallaci a New York presso Rizzoli e producer per Rai International. ..

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